L’Istituzione Inventata / Almanacco Trieste 1971-2010 A cura di Franco Rotelli

Edizioni Alpha Beta Verlag 2015, pp. 328 illustrato a colori, € 29.00 ISBN 978-88-7223-234-7
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Edizioni Alpha Beta Verlag

L’Istituzione Inventata / Almanacco
Trieste 1971-2010
A cura di Franco Rotelli

Si racconta qui, con parole e immagini l’esperienza di un vasto gruppo di persone che, a Trieste, dapprima con Franco Basaglia e poi per trent’anni dopo la sua morte, ha cambiato la storia delle istituzioni psichiatriche non solo in Italia.

 

Scriveva Enzo Paci nel 1968: “La contraddizione tra istituzioni chiuse e istituzioni aperte è forse la dialettica fondamentale della nostra epoca.”
Tutta l’ esperienza qui raccontata si muove dentro quella dialettica.
“Rotelli racconta nella Istituzione inventata/Almanacco. Trieste 1971-2010 l’esperienza collettiva per cui – pezzo dopo pezzo, atto dopo atto – vengono soppressi i luoghi classici, gli spazi chiusi della follia e si snoda e libera il lento riscatto dei protagonisti del disagio psichico, della anomalia e della marginalità – dall’isolamento familiare e sociale, dalla marginalità ribelle e povertà, alla quotidiniatà comunitaria.
E si rifonda il sistema sanitario complessivo”.
P. Del Giudice

È sembrato un atto dovuto tentare di dar conto in qualche modo del lavoro di un gruppo vasto di persone, iniziato oltre quaranta anni fa nell’ospedalepsichiatrico di Trieste. Fatti per qualche verso notissimi. Ma solo per piccola parte. Una storiografia (comprensibilmente) monotematica e una comunicazione (tardivamente) celebrativa hanno messo in ombra troppi elementi pur costitutivi di questa collettiva esperienza. Ci sembra giusto cercare di documentare una maggiore ampiezza e complessità del lavoro qui svolto. Racconto inevitabilmente pedante come accade quando si voglia riconoscere anche “la banalità del bene”, e dire qualcosa di coloro che hanno partecipato, racconto inevitabilmente “circolare” come è stata tutta questa storia. Si è cominciato con un manicomio di mille duecento internati, destrutturandolo pezzo a pezzo, indicando il significato di quel che si stava facendo (l’istituzione negata), si è continuato con l’ossessiva costruzione di alternative sostenibili (inventandole).
Si è proseguito allargando il tutto dentro la proposta e la difesa di una legge nazionale accompagnando una rilevante risonanza internazionale, intanto perseguendo anche un cammino di riforma dell’intero sistema sanitario della città. La critica al manicomio si è allargata a molte altre istituzioni (certamente tutte quelle definite “totali”, ma anche ben oltre) e si è incrociata con una caparbia volontà di dar dignità e valore al pubblico servizio, rovesciando un mandato di esclusione in un impegno rigoroso di inclusione. E in una scuola di democrazia e di libertà. Dall’ospedale al “territorio” si conduce un cammino incredibilmente pieno di ostacoli, confini tribali, poteri ostativi, culture prevaricanti, muri corporativi, norme ottuse e inamovibili, procedure cupe, saperi senza prove, confusi valori e ben chiari interessi. Regolamentazioni assurde, burocrazie afinalistiche, reclusivi castelli, insospettate ostilità, ideologie di ricambio.

Riformare per davvero.
La radicalità evidente della riforma psichiatrica si vuole estendere qui anche ad un’idea concreta di una altra sanità, di una “politica per la salute” di una politica del bene pubblico e di un pensiero sulle istituzioni che noi stessi siamo che possono ad ogni momento aprirsi o rinchiudersi (e rinchiudere).
La parola soggetto riemerge continuamente: è alla sua ricostituzione che si lavora, cominciando dal luogo della sua negazione assoluta (il manicomio) per cercare poi di sottrarla a altre devastanti quand’anche più raffinate negazioni. Ci sono momenti alti e entusiasmanti in questo cammino, quando una comunità di intenti si ricostituisce, e prezzi alti pagati in altri momenti quando tutto sembra potersi disperdere soffocato dall’inerzia delle istituzioni o dall’ostilità che ti sopravanza o dalla incorporazione di ideologie senza sbocco, dalla rocciosa stupidificazione degli individualismi, dalle derive narcisistiche, dagli opportunismi miopi della politica. Anche per questo ci è sembrato doveroso mettere giù questo diario, certamente non esaustivo. Sperando che a giovani che su queste o simili questioni dovranno impegnarsi ora e in futuro questo racconto dica qualcosa di importante: che bisogna fare per non subire e farlo con gli altri. Ricominciando ogni giorno dalla realtà. Noi abbiamo sempre cercato di fare così e siamo convinti di aver fatto buone cose che vale quindi la pena raccontare, bene o male che sia. Perché, purtroppo, il lavoro è appena incominciato, e il mondo delle psichiatrie in giro per il mondo continua ad essere molto, ma molto brutto, e quello della sanità dovrebbe essere molto, ma molto meglio.

FRANCO ROTELLI

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Si immagini ora un uomo
a cui,
insieme con le persone amate,
vengano tolti
la sua casa,
le sue abitudini,
i suoi abiti,
tutto infine,
letteralmente tutto quanto possiede:
sarà un uomo vuoto,
ridotto a sofferenza e bisogno,
dimentico di dignità e discernimento,
poiché accade facilmente,
a chi ha perso tutto,
di perdere
se stesso.

 

PRIMO LEVI, Se questo è un uomo

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1978 / 23 FEBBRAIO
Viene occupata la Casa del Marinaio da parte di un vasto gruppo di operatori e di utenti.

La Casa del Marinaio, grande edificio appartenente a un ente dichiarato inutile, si trova vuoto, nel centro della città e il motivo dichiarato dell’occupazione è quello di poterne fare sia la sede del Centro della prima zona sia alloggi per i ricoverati in OP. Questa occupazione riscuote il consenso e le alleanze di molti organismi rappresentativi e di base (sindacati, SUNIA, lo stesso sindacato dei marittimi, il Consiglio di Fabbrica della Cartiera del Timavo), di gente comune che viene a parlare della propria condizione abitativa nel corso delle assemblee. Basaglia esprime però ufficialmente dissenso rispetto a questa iniziativa temendo una strumentalizzazione da parte degli oppositori della riforma.
A marzo lo sgombero pacifico da parte della polizia della Casa del Marinaio.
Una grande assemblea convocata successivamente dal partito comunista vedrà posizioni molto contraddittorie e schieramenti fortemente distanti. Risulterà comunque generalizzata l’acquisita consapevolezza della necessità di rispondere ai bisogni di casa, lavoro e reddito dei dimessi dall’ospedale psichiatrico per riconoscersi cittadini come gli altri.


NASCITA DELLE COOPERATIVE SOCIALI 1972-73

A dicembre l’amministrazione provinciale firma il contratto con la prima cooperativa di matti. È un atto di nascita.
Gli internati lavoravano da sempre nell’ospedale psichiatrico. Il lavoro fu introdotto come trattamento nei primi manicomi. Il lavoro fa bene, il lavoro è terapeutico. Altri diranno che il lavoro rende liberi / Arbeit macht frei. Gli internati lavoravano ma non venivano pagati. Era la terapia appunto. In verità ogni fine settimana venivano compensati con una gazzosa, una spuma, un pacchetto di sigarette oppure con una targhetta di rame, conio dell’autarchico ospedale, che serviva a comprare nel piccolo spaccio, accessibile solo agli internati lavoratori, una gazzosa, una spuma, un pacchetto di sigarette. Soltanto ‘Alfa’. Ormai tutte le porte dei reparti sono aperte. Nelle assemblee generali, quelle ‘del giovedì’, si discute di ogni cosa, tutti possono partecipare. Dopo la costituzione della prima cooperativa Lavoratori Uniti del 1973, all’inizio degli anni ’80 sono state attivate diverse altre cooperative sociali che integrano le persone svantaggiate.

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1974 AGOSTO

Si organizzano concerti e attività teatrali a cui partecipano migliaia di persone della città dentro il comprensorio di San Giovanni (campo sportivo e teatro).
Già dal maggio precedente gli operatori organizzano nell’OP cineforum, concerti (Coleman, Gaslini, Battiato, Paoli, Area) che fanno entrare la città nell’ospedale. Si apre un laboratorio serigrafico: manifesti e volantini vengono prodotti quasi quotidianamente per comunicare alla città ciò che accade nell’OP e ciò che vi si programma.
A fine anno un gruppo di medici (Sarli, Virgilio, Postiglione, Rizzo) viene assunto a Pordenone e con la direzione di Lucio Schittar darà sviluppo a una rete organica di servizi di salute mentale in una città senza manicomio (avendo sempre utilizzato l’OP di Udine).

1986
ESCE IL PRIMO DI QUATTRO NUMERI DI “e QUESTO GIORNALE”

Rivista di enorme formato con la quale vengono visitati insieme temi “letterari”, temi di “critica ed arte”, temi di “critica alle istituzioni”, temi attinenti alla malattia mentale, testi di Zanzotto, Guagnini, Testori, ecc. Assieme alla rivista nasce un laboratorio di scrittura con i giovani e una casa editrice che pubblicherà vari volumi. L’iniziativa puntuale guarderà poi alla cooperazione con Sarajevo durante le guerre jugoslave, considerandolo luogo emblematico, “fratello” di pa- cifica multiculturalità e, per questo appunto, bombardato. Piero Del Giudice conduce questo lavoro che coinvolge molti giovani utenti dei servizi e intellettuali della città.

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1987
SI AVVIA CON ENAIP IL PROGETTO AZIMUT

Il progetto, finanziato dall’Unione Europea destinato all’inserimento lavorativo di soggetti “svantaggiati”, consente uno straordinario sviluppo di attività di cooperazione sociale e stimo- lerà il lancio di una campagna culturale nazionale in tema di imprenditorialità sociale.
Tra l’altro, in quell’anno, con la sponsorizzazione di un’azienda (Tonno Nostromo) viene acquistata una vecchia barca a vela di 16 metri a due alberi in legno per scuola di vela e diporto per gli utenti dei servizi.

 

Il “Califfo” navigò per vari anni per poi naturalmente affondare.

PER UN’IMPRESA SOCIALE

“Partiamo dalla più grave contraddizione: la frattura radicale istituita nelle società avanzate tra mondo del lavoro e mondo dell’assistenza; la questione che poniamo è quella dell’immenso spreco di risorse economiche ed umane che ciò comporta; ciò che va reinterrogato è il concetto di normalità produttiva che muta nel tempo ma definisce di volta in volta il confine tra due mondi; ciò che ci scandalizza è la distruzione di risorse foss’anche residuali degli assistiti (handicappati, anziani, folli, disoccupati, marginali, ecc.). Diviene evidente l’immensità del compito di invertire la tendenza”.

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1992
ACCADEMIA DELLA FOLLIA

Matti di mestiere e attori per vocazione l’Accademia della Follia viene fondata nel1992 a Rimini, da Claudio Misculin, Cinzia Quintiliani e Angela Pianca, durante un convegno tenutosi nel Teatro Novelli di Rimini. È il risultato di un percorso teorico e pratico condotto dal Velemir Teatro, gruppo di teatro nato a Trieste, nell’ambito dell’esperienza di decostruzione dell’OP. Nata come progetto teatrale e culturale in cui si muovono e agiscono attori a rischio, portatori di disagio psichico, fisico, e sociale, l’Accademia della Follia svolgerà nei vent’anni successivi con continuità e costanza un lavoro di ricerca e sperimentazione che fa dello spazio teatrale il terreno comune per agire la diversità e la sua trasformazione. Il direttore artistico Claudio Misculin, qualifica anche attraverso il proprio originale metodo di lavoro, le compagnie da lui dirette.

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Lunga marcia attraverso le istituzioni: Il Presidente Lula (anni 90) ci dice: “Ci avete insegnato il coraggio di pensare una società senza manicomi”. Onda lunga che scrolla brefotrofi, istituti minorili, scuole speciali. Quanto c’è ancora da scrollarsi di dosso, nella sanità, nel “sociale”, negli istituti di pena, nelle “case di riposo”, nel manicomio del mondo. Quanto occorre ricominciare da questa scuola di libertà, di ricchezza della democrazia, della negoziazione continua tra le diversità estreme: profezia e laboratorio di un futuro non eludibile?
Ci sembrò che la contraddizione tra una “società più giusta” e una “società più libera” potesse essere sanabile. Non ci rendevamo conto che questo era in qualche modo possibile solo attraverso un costo personale che noi e loro eravamo disposti a pagare ma non il mondo intorno a noi. Ma la contraddizione resta aperta a un futuro che dovrà affrontarla di nuovo. E di nuovo ancora.


1990/1993
LEROS


Un’équipe di Trieste viene inviata a Leros, in Grecia, su richiesta e finanziamento della CEE per affrontare le scandalose condizioni dell’ospedale psichiatrico lager locale, rivelate dai principali giornali europei e anche da un servizio fotografico dell’italiana Anto- nella Pizzamiglio. Per tre anni operatori triestini, con il forte appoggio dei funzionari di Bruxelles, operarono ivi per decostruire quell’ospedale che rappresentava uno scandalo per l’intera Europa. C. Strutti, P. Specia, S. Rauber, C. Baldi, M. Costantino, C. Zago, I. Marin per lunghi periodi opereranno sull’isola assieme ad un’équipe olandese. Su quel periodo Alex Maioli pubblica un libro fotografico per l’Agenzia Magnum.

“Ma qual è la logica? Che cosa conduce a creare mucchi umani in luride tane, che cosa a produrre questi grappoli di uomini e donne coperti di stracci buttati uno sull’altro in una puzza immonda? Che cosa conduce a spingere uomini e donne alla paura totale, al silenzio assoluto, a vivere – il ricordo visivo è così presente – quattro donne strette come morte, ma a vivere, sotto una panca abbracciate e immobili?
Chi e che cosa giustifica, spiega, perché cento uomini nudi siano costretti in piedi in una cantina; chi e che cosa che centottanta bambini legati e incatenati crescano deformi per le fasce di contenzione avvertendo solo odore di escrementi sulla riva del mare a cento metri dalle spiagge? 
Chi li ha mandati a Leros?”

CHE EUROPA VOGLIAMO: LETTERA PER LEROS (1992)

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2005
MICROAREE

Nel 2005 si mette a punto il programma denominato Microaree. Si tratta dello sviluppo del progetto “Habitat e sviluppo di comunità”.
Il progetto Microaree si ridefinisce come progetto di presa in carico complessiva di una popolazione determinata di circa 800/1000 persone in ciascuna situazione. Le aree coinvolte sono: Città Vecchia, Ponziana, Vaticano, Valmaura, Gretta, Zindis, via Grego, San Giovanni. Si cerca di realizzare ivi quanto previsto dai principali documenti internazionali inerenti adeguate politiche sanitarie e socio- sanitarie; documenti che fissano obiettivi di salute e strategie tanto condivisibili quanto irrealizzate. Qui, quanto meno su piccole aree pilota si cerca di costruire un banco di lavoro dove si apprenda a rendere veri quegli obiettivi e a imparare “come si fa”.

LA ROSA CHE NON C’È

Mancano cinquemila rose perché altrettante ne abbiamo messe ma altrettante ne avevamo, in più, promesse. Sono quelle che non ci sono ancora se alla sera d’estate nel parco nessuno ci fosse più la vita vera, promessa al posto dell’orribile cosa che era li, non verrà ancora davvero prodotta. Mancano troppo suoni risa e canti della notte, rumore eros delle discoteche in estate, rumore corporeo dei falò e delle feste di fine anno che passarle ballando con i matti sembrava bello e giusto o forse anche di loro si approfittava, innocenti, per intessere amori. Ma se delle cose non si approfitta per intessere amori perché mai dovrebbero interessarti? Se l’amore non è lo scopo vero, la scusa vera, unica cosa sensata, dove trovarne un’altra? Quelle (le rose) che ci sono raccontano dell’amore che, sorprendendo il mondo, ha consentito a tante, tante persone di cui tengo il ricordo, di immaginare che avesse un senso stare lì, giorno dopo giorno a cambiare il mondo (no, solo quel mondo lì). Le rose che mancano narrano di qualcosa che si è fermato, e che nessuno sa se riprenderà un proprio cammino. Ognuna di quelle che stan lì ne chiama un’altra che non c’è, non ci sarà? Forse nelle sere di tarda primavera le luci de Il posto delle fragole si accenderanno ancora e il profumo delle rose riaccenderà il profumo di altri giovani corpi. Forse no. Forse le idee nascono e possono crescere in un luogo, ma poi devono per forza disperdersi nell’ovunque: non possono avere un luogo dove restare.